Il Carcere Minorile di Bologna

[Intervento di Valeria Corongiu]

L'ambito di competenza, sia del Centro che dei Servizi, è costituito da minori compresi nella fascia di età 14-18 anni e oltre (fino al termine delle misure penali per un reato commesso in età minore) di qualsiasi nazionalità che abbiano commesso il reato nell'ambito di competenza del Distretto di Corte d'Appello del Tribunale per i minorenni di Bologna e di Ancona, che siano residenti nelle regioni di competenza del Centro o che siano ristretti nelle strutture e/o seguiti dai servizi con sede nel capoluogo delle regioni di competenza.

Il sistema della giustizia minorile in Italia

Chi riguarda?
Tutti i ragazzi e le ragazze in età compresa fra i 14 e i 18 anni che hanno infranto il codice penale o quello civile. L'esecuzione della pena in strutture gestite dal sistema giuridico minorile può prolungarsi fino ai 21 anni, mentre la competenza dei magistrati minorili dura fino al 25esimo anno di età.
Da chi è gestito?
Le competenze penali, civili e amministrative sono affidate alle Procure Minorili, ai Tribunali per i Minorenni e ai Tribunali di Sorveglianza per minorenni.

Un po' di storia

[Tratto da: tmcrew.org]

Il Tribunale per i Minorenni e l'imputabilità a 14 anni sono stati istituiti durante il fascismo, nel 1934.
Per lungo tempo ha prevalso un'impostazione punitiva con al centro dell'attenzione il reato, la segregazione del reo e il suo etichettamento ed identificazione deviante.
Si è successivamente provato ad "umanizzare" la pena approdando ad un modello assistenziale - terapeutico. In questa fase l'ordinamento penitenziario dei minori è stato lo stesso degli adulti (risalente al 1975).
L'ultima fase è caratterizzata dal tentativo di diminuire il ricorso alla carcerazione minorile favorendo altre misure volte al "recupero" e facendo affidamento a strutture pubbliche e private anche al di fuori del circuito giudiziario. Il Nuovo Codice di Procedura Penale per i Minorenni e la relativa legge di attuazione che caratterizzano questa fase risalgono al 1988 - 1989.

Legislazione penale minorile in italia

[Tratto da "Imputabilità, minore età e pena: aspetti giuridici e sociologici" di Laura Basilio]

La situazione del soggetto in crescita e in formazione ha storicamente determinato un trattamento particolare e più favorevole del minorenne che commette reato, questo infatti si è concretizzato nella esclusione della assoggettabilità a processo e pena, o nella predisposizione di particolari cautele intorno al processo e ai suoi esiti, prevedendo misure educative al posto delle pene.
L'affermazione dei diritti dei minori è il risultato di un percorso iniziato con la più generale "scoperta dell'infanzia", che nostra i suoi primi segni già dal XII secolo, ma che si fa più evidente solo nei secoli XVI e XVII. L'immagine del minore non è stata costante nel tempo, ma è gradualmente mutata oltre che per le elaborazioni socioculturali e scientifiche, anche grazie al cambiamento dei costumi, ai mutamenti economici e demografici e al cambiamento delle condizioni igienico-sanitarie ed alimentari.

Evoluzioni cronologiche del diritto minorile

[Tratto dalla tesi di Silvia Ballotti ]

Dal codice penale sardo del 1859 fino al Codice Zanardelli del 1889 si assiste ad un continuo tentativo di unificazione e di sistematizzazione della materia minorile.
Già il codice penale del 1859 conteneva interessanti disposizioni: la responsabilità penale era prevista solo per i ragazzi maggiori di ventuno anni; al di sotto di tale età, sia per i minori di età compresa fra i quattordici e i diciotto anni, sia per quelli fra i diciotto e i ventuno anni, erano previste solo delle riduzioni di pena, da scontare nelle carceri comuni; i minori di quattordici anni, invece, se erano colpevoli di reati comuni commessi "con discernimento" venivano sistemati in apposite Case di custodia, se, invece, avevano agito "senza discernimento" o avevano commesso reati di lieve entità "con discernimento" venivano ricoverati in stabilimenti pubblici di lavoro. A questi stabilimenti venivano destinati anche i minori di sedici anni dediti all'ozio o al vagabondaggio.
Nel 1889 entrò in vigore il Codice Zanardelli, il primo codice penale unitario, il quale, come già visto, fissa due criteri fondamentali per differenziare i minorenni di fronte alla pena: l'età e l'elemento del "discernimento" per stabilire l'imputabilità. In particolare, per quanto concerne la minore età agli effetti penali, distingueva quattro periodi e per ognuno di questi prevedeva un diverso trattamento.
In particolare, per quanto concerne la minore età agli effetti penali, distingueva quattro periodi e per ognuno di questi prevedeva un diverso trattamento:

  1. fascia d'età inferiore ai 9 anni: il minore veniva considerato non imputabile per difetto della capacità d'intendere e di volere;
  2. fascia d'età tra i 9 ed i 14 anni: il minore veniva ritenuto non imputabile per incapacità d'intendere e di volere, salvo prova contraria;
  3. fascia d'età tra i 14 ed i 18 anni: il minore veniva invece considerato imputabile in quanto capace d'intendere e di volere, salvo prova contraria (da acquisire nel corso degli accertamenti sulla personalità);
  4. fascia d'età che comprendeva soggetti di età superiore ai 18 anni: ritenuti pienamente capaci di intendere e di volere.

Conseguentemente, il regolamento del 1891 distinse fra:
  1. le Case di correzione, previste per i minori di ventuno anni;
  2. gli Istituti di educazione e correzione, dove venivano rinchiusi i bambini con meno di nove anni, che avevano commesso un delitto punibile con la reclusione superiore ad un anno, e i minori di età compresa tra i nove e i quattordici anni, che avevano agito senza discernimento;
  3. gli Istituti di educazione correzionale dove venivano sistemati i minori di diciotto anni dediti all'oziosità, al vagabondaggio, all'accattonaggio e alla prostituzione;
  4. gli Istituti di correzione paterna per giovani ribelli allontanati dalla casa paterna.

Il "Regolamento Carcerario" del 1891 opera delle differenze secondo l'età e le categorie giuridiche. Si distinsero, così, le "Case di correzione" per minori sotto i diciotto anni, gli "Istituti di educazione e di correzione" per i fanciulli con meno di nove anni, che avevano commesso un delitto punibile con la reclusione o la detenzione non inferiore a un anno e per i minori tra i nove e i quattordici anni, che avevano compiuto un reato senza discernimento, gli "Istituti di educazione correzionale" per minorenni infradiciottenni dediti all'oziosità, al vagabondaggio, alla mendicità e al meretricio, infine gli "Istituti di correzione paterna" per giovani ricoverati.
Nel 1904 il "Regolamento per i riformatori governativi" introdusse cambiamenti come quello relativo agli agenti di custodia cautelare, che vennero sostituiti dalla figura degli istitutori, reclutati fra gli insegnanti elementari, ma soprattutto affrontò il problema della delinquenza giovanile in termini non più di reclusione, ma di educazione e di riabilitazione.
Venne esplicitamente dichiarato che: "Occorreva adattare il trattamento a questi principi tenendo presente, inoltre, l'età del minore e il tipo di reato commesso.

La situazione attuale

[Tratto da Sportello Sociale Minori, Torino]

L'introduzione del Nuovo Codice di Procedura Penale per Minorenni ha sensibilmente ridotto il numero di minorenni negli istituti penali. Si è passati dagli oltre 7.000 ingressi annui agli attuali 2.000.
Accanto a questo dato positivo vi sono però segnali preoccupanti:

  1. Non si riesce a diminuire ulteriormente il ricorso alla carcerazione minorile, dimostrando così che la politica riduzionista fin qui adottata non porta al superamento dell'istituzione carceraria minorile
  2. Le alternative alla carcerazione non vengono applicate per quelle categorie di minori che sono privi/e di una rete esterna di appoggio costituita da famiglia, scuola, attività lavorativa. In particolare sono escluse da questi benefici le ragazze e i ragazzi stranieri e quelli italiani residenti nel Mezzogiorno
  3. Per i ragazzi e le ragazze straniere si fa ancora largo uso della carcerazione preventiva rendendo il carcere minorile il luogo dove contenere, recludendola, la loro emarginazione e precarietà
  4. Nel Sud Italia vi è un alto numero di ragazze e ragazzi italiane con sentenza definitiva tenuti nei carceri minorili fino al 21esimo anno di età per essere poi trasferiti nei carceri per adulti. Per queste persone la giustizia minorile non prevede tentativi di "recupero", bensì accentua la funzione di criminalizzazione svolta dal carcere preparando un'esistenza fatta di continui ingressi in carcere

Come funziona la giustizia minorile

L'arresto o fermo.

Una persona minorenne può cadere nelle maglie della giustizia minorile o perché colta sul fatto (arresto in flagranza) o perché indiziata (fermo di polizia). Inizia così il suo iter giudiziario.
Esiste una serie di norme che dovrebbero tutelare le persone minorenni nel corso dell'intero svolgimento del provvedimento giuridico nei loro confronti. Le linee guida di queste norme sono:

  • Informazione del minore sugli atti, fasi e provvedimenti adottati
  • Assistenza affettiva e psicologica
  • Specializzazione dei soggetti che interagiscono col minore
  • Adeguatezza nell'applicazione delle norme
  • Tutela della riservatezza.

Custodia cautelare (carcerazione)

Il/la minore viene condotto/a in un Istituto Penale minorile. Questa misura è prevista per i reati con pene superiori ai nove anni e deve essere giustificata dal pericolo di inquinamento delle prove, di fuga, di reiterazione del reato.

La condanna definitiva

Al termine della fase istruttoria viene emessa la sentenza definitiva che, a parte il caso dei Centri di Prima Accoglienza, rientra tra quelle descritte in precedenza.

Lo spazio educativo all'interno del carcere minorile

[Tratto dalla tesi di Giovanni Luca Presicci ]

Non tutti sono d'accordo sulla possibilità di realizzare uno spazio educativo all'interno del carcere come coloro che, sulla scia di Goffman e Foucault, criticano radicalmente le istituzioni totali; altri, invece, sono convinti che esista un modo per trasformare quelle stesse istituzioni in strutture trattamentali.
Per i primi il carcere rimane il luogo della reclusione e dello sradicamento dalla società civile, chiuso e impenetrabile.
è il luogo che esercita da sempre un'azione totale o inglobante sottraendo l'individuo alla cura di se stesso e privandolo della sua autonomia. La disciplina che vi regna stabilisce premi e punizioni per chi è buono o cattivo e chi trasgredisce viene punito come se fosse un bambino: in castigo nella cella di isolamento.
Il carcere innesca un processo di "spoliazione del sè" del detenuto, lo attacca, lo ferisce e parallelamente cerca di cambiarlo regalandogli una nuova identità. Il detenuto non è padrone nemmeno degli oggetti personali, che gli sono stati confiscati all'ingresso, oggetti con cui si era fino a quel momento presentato al mondo, oggetti che ne hanno sottolineato il carattere, la storia personale. A questo c'è chi reagisce tagliandosi i polsi, inghiottendo vetri o spaccando tutto quello che gli capita a tiro; chi si ritira su se stesso preoccupandosi solo del soddisfacimento dei bisogni fisici e disinteressandosi di tutto il resto; chi cerca di recitare il ruolo del perfetto prigioniero e chi si convince che la realtà carceraria è il migliore dei mondi possibili.
Per quegli autori che, invece, pur consapevoli della realtà drammatica delle istituzioni totali, credono nella possibilità di renderle più vivibili superando l'idea della prigione come "punitive, custodite organizzate", si tratta di creare un carcere dove la contrapposizione agenti-detenuti sia mediata da una forte presenza del personale di trattamento (medici, psicologi, educatori, volontari) nel ruolo di interprete delle esigenze dei reclusi aprendo così ad un modello relazionale più vicino all'interazione.
Stando così le cose uno spazio educativo all'interno del carcere se esiste, non può nascere se non in una struttura che cerchi di sdrammatizzare le caratteristiche dell'istituzione totale: la spoliazione del sè, la comunicazione patologica la prisonizzazione (l'acquisizione delle abitudini, degli usi, dei costumi della cultura carceraria che porta all'apatia, alla perdita di interesse per ogni cosa che non riguardi direttamente l'individuo), la sessualità distorta e l'affettività negata.
E' necessario poi, per strappare il detenuto all'azione catalizzatrice della monotonia della vita carceraria e ottenere quel consenso senza il quale non è possibile nessuna relazione educativa, proporre attività lavorative e ricreative utilizzando tecniche di tipo relazionale per ampliare le comunicazioni e le possibilità di confronto.

Il contesto del carcere

[Tratto da Clownterapia.it e da ]

Il ragazzo nell'Istituto Penale vive l'incertezza della situazione giuridica e della durata della sua permanenza che dipende dal suo avvocato, o peggio dall'avvocato di ufficio. La situazione di violenza è palpabile nei rapporti tra i ragazzi soprattutto tra quelli di etnia diversa. C'è l'aggressività che porta a distruggere tutto o a rinchiudersi in se stessi e c 'è la violenza verso se stessi. Per noi volontari il volontariato viene assunto come punto di partenza per lo svolgimento, all'interno delle strutture carcerarie, di un lavoro creativo armonico e di formazione, orientato a sviluppare e favorire le capacità e le abilità creative. Il percorso proposto è' una occasione per offrire ai ragazzi non solo stimoli dal punto di vista fisico e di movimento ma anche stimoli di crescita personale apertura, comunicazione, superamento di timidezze e paure, socialità, creatività, integrazione e solidarietà.

L'educatore nel carcere minorile. Formazione e competenze

[Tratto da "L'educatore nel carcere minorile. Formazione e competenze" di Silvia Guetta]

Quella dell'educatore in carcere sta diventando oggi una professione sempre più definita e chiara, con una sua importante e significativa visibilità sociale e professionale.
Una professione nata un po' in sordina, senza uno status o un modello di riferimento preciso, ma piuttosto sulla spinta dei cambiamenti e dei rinnovamenti sociali, culturali e pedagogici degli anni Settanta. Con la legge 354 del 1975 veniva affermato il ruolo rieducativo della pena. Si apriva una nuova stagione sul modo di pensare alla pena, al periodo di detenzione delle persone, al significato stesso dell'educazione in contesti istituzionali non solo scolastici.
Siamo sulla scia della contestazione studentesca della fine degli anni Sessanta che ha avuto le sue ripercussioni anche nel campo dell'educazione "degli esclusi".
Una contestazione che ha aperto luci nuove sul significato di educare e sul ruolo della scuola e delle istituzioni educative. Si comincia a pensare alla educazione come intervento che deve coinvolgere colui che è sempre stato pensato essere solo l'oggetto dell'azione educativa: l'educando; oltre a questo si inizia a scardinare l'idea che l'educazione sia da considerare l'azione di trasmissione di modelli culturali e sociali con conseguente richiesta di adeguamento a quegli stessi modelli che i gruppi sociali e/o chi detiene il potere e controlla i processi, impone sia nelle forme implicite che esplicite attraverso apparati e sistemi.
L'educazione comincia a pensarsi in modo diverso da forme di coercizione, imposizione, controllo, punizione, adeguamento, ripetizione.
In Italia, la necessità di aprire questo campo di ricerca è stata iniziata da Borghi "Educazione e emarginazione" alla fine degli anni Settanta, poi ripresa ampliata e attualizzata dalla Ulivieri, con un contributo specifico con la cura del volume "L'educazione e i marginali". Mentre il lavoro di Borghi cerca di mettere a fuoco quali possono essere i condizionamenti sociali che hanno una ricaduta sull'educazione, in particolare quello della scuola, che simile ad altre istituzioni sociali analizzate con le lenti foucaultiane, agisce perpetuando la logica di un sistema di controllo e di esclusione che si veste di strategie di inclusione solo superficiali e che rinforzano il processo di esclusione e di riconoscimento dell'inferiorità della diversità, quello della Ulivieri allarga la visuale delle problematicità sia in modo diacronico che sincronico, utilizzando il contributo di letture disciplinari diverse. Sia Borghi che Ulivieri, sottolineano, tra le tante tipologie di soggetti marginali e di azioni atte a creare queste stesse tipologie, c'è la situazione giovanile. Generalmente i giovani hanno un posto marginale nella società. Paradossalmente sono coloro che, nel prepararsi a saper affrontare creativamente questioni sempre più complesse, sono in realtà fatti oggetto di pratiche educative talvolta coercitive e lontane dai loro interessi, bisogni e problemi. Non esprimendo il proprio disagio con le forme sociali legittimate, sono talvolta costretti a prendere scelte obbligate o ad entrare in una integrazione forzata che genera scompensi stagnanti e aggressività, la ricerca del rischio o della marginalità come scelta, talvolta anche della devianza sociale o di forme di autoannientamento, rappresentano dei modi di rispondere nel sociale, che meritano una riflessione specifica per la richiesta di interventi non progettati con l'ottica del "rieducativo", quanto di ipotesi di progettazione della propria vita.
Ecco quindi che la formazione dell'educatore in carcere ha un senso e una specificità se viene compresa in una evoluzione e trasformazione del concetto e dell'intervento educativo ed ha un senso perché è carica di problematicità e di impegno che rendono ancora più critica e complessa la natura del suo intervento. Oggi, diversamente da quando è nata figura dell'educatore in carcere, è condivisa l'idea che sia necessario una solida formazione dell'educatore nei differenti campi che lo comprendono: quello teorico, quello metodologico e quello relazionale/comunicativo.
è per questo che all'interno dei corsi di laurea di Educatore Professionale, con le discipline di pedagogia della marginalità e della devianza, di pedagogia sociale di legislazione minorile e di sociologia della devianza, si inizia la formazione di un educatore capace di cominciare ad attrezzarsi di strumenti professionali per lavorare in questo ambito.
Il pensare alla formazione dell'educatore in carcere con una preparazione universitaria permette di guardare alla realtà carceraria come luogo educativo e non come luogo di coercizione e punizione. Un luogo, cioè, dove, pur nella specificità della sua natura e delle relazioni e condizioni umane che sono presenti, si pensa comunque al cambiamento, al diritto all'apprendimento e alla conoscenza come strumenti necessari per pensarsi in nuovo percorso di progettualità esistenziale.
La formazione dell'educatore però deve anche avere un percorso esperienziale, sostenuto dalla capacità di saper creare e mantenere positivamente e in modo creativo, relazioni in contesti di problematicità e di disagio. La relazione non è solo con le persone in carcere, ma anche con quelle reti interne ed esterne alla realtà carceraria, che con questa hanno dei rapporti. Ecco perché diventa sempre più necessario dover pensare al contributo che dà l'esperienza di tirocinio degli studenti che si preparano a questa professione, come una esperienza di consolidamento delle conoscenze e l'inizio della trasformazione di queste in competenze.
Il territorio all'interno del quale si colloca l'istituzione carceraria è quindi luogo di esplorazione di comunicazione e di scambio. è il luogo dell'emarginazione, dello svantaggio, ma anche della partecipazione e del reinserimento.
Saper guardare alle offerte del territorio e insieme alle situazioni di svantaggio, è una competenza professionale che l'educatore può costruire potendo osservare da dentro le situazioni e le esperienze di vita. C'è anche la necessità di acquisire gli strumenti per comprendere la complessa realtà del fenomeno migratorio, delle sue implicazioni in particolare nei riguardi dell'esperienza adolescenziale e giovanile.
Diventa così prioritario saper leggere e comprendere in prospettiva educativa i vissuti e i disagi dei minori non accompagnati, quali sono le buone pratiche per favorire la loro accoglienza all'interno di una progettualità che non consolidi situazione di abbandono e di marginalità, ma che promuova il rispetto sociale della persona, in questo caso del ragazzo e della ragazza e il loro diritto ad avere un luogo e un ambiente "affettivamente caldo".
Un dialogo aperto quindi anche con le tante forme di volontariato che intervengono dando il un grande contributo e apporto motivazionale e di impegno alle azioni educative promosse in carcere. Infine, un ulteriore punto di qualificazione che è indispensabile per l'educatore in carcere, come per ogni altre figura che opera in campo educativo e in particolare quello della marginalità e della problematicità, è quello di una formazione permanente. L'agire educativo va considerato per la sua pluralità di dimensioni e di relazioni che richiedono un continuo e rinnovato, oltre che creativo, reinvestimento dell'educatore stesso.
Nel pensare ai contenuti della formazione dell'educatore in carcere, risulta importante considerare che non i riferimenti teorici e i modelli metodologici pedagogici devono essere scelti in coerenza con la prospettiva con la quale si guarda e si pensa l'intervento educativo.
C'è quindi bisogno di costruire la propria progettualità educativa su impalcature teoriche forti che sostengano la persona come soggetto di sviluppo di potenzialità umane, come portatore e trasformatore di conoscenze e competenze sociali e culturali.
Nell'esperienza educativa del carcere le categorie dello spazio e tempo assumono un significato molto particolare: i ragazzi percepiscono quel luogo come il "luogo che non c'è", così come le ore che trascorrono come momenti superati verso un qualcosa che avverrà.
Sono luoghi e tempi di passaggio, nei quali il pensare di "investire" sulle azioni educative, nei quali progettare un percorso di nuove dinamiche relazionali e di cambiamento, diventa quasi un paradosso.
Eppure l'agire educativo si sviluppa anche lì perché si apre al dialogo con la rete di luoghi educativi che vivono nel territorio e sono fisicamente esterni al carcere.

Intervista a Eugenio

Eugenio è un ragazzo di 18 anni, davanti agli altri si fa vedere un duro ma dentro è un ragazzo dolcissimo con un cuore grande. è rinchiuso in carcere per rapina a mano armato, tentato omicidio e frode verso lo Stato, deve scontare una pena di 4 anni.
Eugenio è dentro già da 6 mesi e stato arrestato quanto era ancora minorenne, aveva quasi 17 anni e uscirà solo a 22 anni ma è ancora giovane e ha tutta la vita davanti.
Fuori aveva una ragazza con cui stava da 2 anni e mezzo era molto attaccato a questa ragazza, gli voleva molto bene anche se come afferma lui non ne era innamorata ma ci stava benissimo con lei ed era felice, ma la sua storia è finita dopo 4 mesi che lui era in carcere, da un giorno all'altro lei ha smesso di scrivergli, non poteva andare a trovarlo in carcere perché era minorenne pure lei.
Fuori aveva oltre che la ragazza aveva la libertà, una famiglia che gli volevano bene e i divertimenti anche se molte volte non erano divertimenti genuini. Io mi sono affezionata a lui e gli voglio bene, in certi momenti è impossibile capirlo ma nonostante tutto gli voglio bene.
Nella sua famiglia sono 6. Lui dice di essere fortunato di avere una famiglia così, ne va fiero, ma purtroppo come dice lui se n'è approfittato. Ha sbagliato nei confronti della famiglia, fino ad ora l'hanno aiutato sempre, non l'hanno mai abbandonato soprattutto quando si è trovato in difficoltà.
Lui ha una sorella di 14 anni e dice di aver dato il cattivo esempio a lei, ha una pure una sorella di 19 anni e un fratello di 22 anni, si definisce la pecora nera della famiglia.
"Io soprattutto a mia sorella di 14 anni ho dato un brutto esempio, non ho capito che continuando in questa vita non c'e proprio niente e c'e tutto da perdere. Oggi ho capito che cosa significa la libertà, essere uomini liberi è la cosa più bella del mondo soprattutto quando sto con la famiglia".
Il giorno che uscirà dice sempre che si godrà la sua famiglia e che non la farà più soffrire. Non può dimenticare mai quei giorni tristi che sua madre veniva a trovarlo al carcere e piangeva, lui si sentiva distrutto, era a pezzi quando vedeva sua madre così. Giura a se stesso che se ha la fortuna di uscire dal carcere non li farà più soffrire, perché non meritano questo, non gli hanno mai fatto mancare nulla, qualsiasi cosa lui voleva la otteneva e forse è per questo motivo che se né approfittato.
A Eugenio non piace molto la scuola ma almeno sino alla 3a media è arrivato, nelle superiori ci ha fatto un giorno nel senso che già il primo giorno di scuola il professore si è arrabbiato e lui l'ha picchiato e allora hanno preso un provvedimento contro di lui, una sospensione di 1 mese ma da quel giorno non si è più presentato a scuola e a me questo dispiace in quanto è un ragazzo molto intelligente, dolce e altruista ma se qualcuno lo fa arrabbiare lui invece di parlare non riesce a contenersi e gli alza le mani addosso questo è per far valere il suo potere, per far capire che è lui il più forte. Sono molto contenta perché in carcere sta imparando a controllare la sua rabbia e sono sicura che quando uscirà dal carcere si controllerà di più se qualcuno lo farà arrabbiare.
Il suo progetto per il futuro è di crearsi una famiglia e di portare avanti una famiglia. Spera che quando uscirà avrà la forza di rifarsi una vita, di avere una famiglia, una casa, un bel bambino. Quando avrà questa famiglia non gli farà soffrire mai, perché ha capito cosa vuol dire soffrire.
Naturalmente si sente un po' imbarazzato di parlarmi e dirmi le sue cose private, le sue cose sul futuro perché ci conosciamo solo da 4 mesi ma per lui sono un'amica e ha deciso di aprirmi il suo cuore. Il suo sogno più grande è di rifarsi una vita e di essere felice perché anche se ha sbagliato e ha pagato a caro prezzo questo sbaglio, pure lui ha diritto e se lo merita con tutto il cuore una vita piena di ferità ed io glielo auguro con tutto il cuore.
A Eugenio di questa vita in carcere mancano di più oltre alla sua famiglia, le passeggiate con gli amici, i tramonti, l'aria di casa sua e tante altre piccole cose che possono essere banali per molti come lo erano prima per lui ma ora non lo sono più in quanto un uomo o un ragazzo ha perso la cosa più bella del mondo cioè la libertà. Per lui il tempo scorre continuamente perché è inevitabile il suo continuo andare.
Tutti i detti, tramandati dai nostri nonni, ci insegnano che il tempo è il miglior rimedio a qualsiasi male, psichico, fisici, economico e tutto quello che può venire in mente. Tutte le cose infatti, proprio perché il loro sviluppo avvenga, devono avere il tempo per guarire, maturare, risanare e quant'altro.
Ma quello che gli brucia dentro è ciò che perde nel percorso del tempo, visto che non è altro che un detenuto che aspetta di uscire, e la cosa più triste è appunto essere chiamati a rappresentare un'opera: La vita di cui tu sei il perenne attore dietro le quinte.

Lettere dal carcere

"Sono cambiato, maturato, molto più consapevole di un tempo, quello che ho fatto per entrare in galera è stato una cosa orribile e non ci sono scusanti, se non la stupidità di credersi sempre nel giusto, ed in questo contesto non aggiungo altro.
Ma quello che ho fatto non mi appartiene più, spesso mi viene da pensare che in realtà non ne ero neanche pienamente consapevole, ma come ormai verrebbe da dire i giochi sono fatti ed io non posso cambiare ciò che è successo. Dentro di me sento la necessità di dimostrare al mondo che non devono avere paura di me, che non sono uno di quei mostri che vengono tenuti ristretti perché fattori di chissà quale nefandezza e pericolosi per la società, che sono ed ero una normale persona a cui imputare una sola colpa, ma non un bersaglio per scaricare chissà quale rivendicazione. Tutto questo io chiedo a bassa voce, non voglio suscitare chissà quale clamore, non è giusto per le vittime del mio reato richiamare l'attenzione. Quello che voglio far sapere è solo che il tempo è il più gran bravo medico, ma quando questo passa è inevitabile imputargli la brutalità che usa nei suoi metodi.
Mi mancano le passeggiate con gli amici e con la mia ragazza, i tramonti, l'aria di casa mia, senza contare gli affetti che sono lontani. Il tempo, con il suo passare, non attenua la mancanza di chi ami veramente, ma ti fa sentire sempre più il nodo in gola quando parli e pensi a loro, agli attimi che vivi senza loro e loro senza te. Attimi che passano e che non tornano indietro, di cui non avrai mai una foto da vedere e rivedere perché vissuti nella quotidianità del giorno che immancabilmente passa e trascina con sé quello che resta, ma che non potrà mai trattenere per riviverlo quando sarai veramente presente." [Tratto da Storie ]